Questa è l’intervista fatta a Leonardo Bogiatto, Chief Sales Officer di Tribeke, in cui raccontiamo la sua storia per la rubrica #storiedatribeker.
Buongiorno Leo, ovviamente non ti posso fare la domanda “Come sei entrato in contatto con Dan e Jenny”… quindi raccontami di com’è stata la tua infanzia avendo come genitori Dan e Jenny.
Nel senso, che cosa hai percepito come differente rispetto agli altri ragazzi della tua età con altri tipi di genitori?
C’è sempre stata un differenza sostanziale tra come sentivo di relazionarmi con altri e come gli altri si relazionavano con me, avevo accesso a contatti e ad amici diversi da quelli che probabilmente frequentavano i miei coetanei.
A volte mi sentivo completamente estraneo da quello che mi circondava, tanto da arrivare ad isolarmi delle volte, anche se per fortuna la mia naturale estroversione, il fatto che mi piace stare con gli altri, mi ha sempre aiutato ad evitare di chiudermi completamente, a dire “io sono diverso e non sto con nessuno”.
Se da bambini era solo scendere a compromessi e giocare con gli altri ad un gioco che non mi piaceva, da ragazzi diventava, magari, comportarsi in una maniera totalmente astrusa che non era tra i miei valori, e nel momento in cui a 15-16 anni le idee di divertimento erano “andiamo a sfondarci di canne o ubriacarci”, mi trovavo in difficoltà perché non era quello che volevo fare.
Quali sono stati gli spunti che hai avuto a livello personale e scolastico dai tuoi genitori?
Riguardo allo studio c’è stato un cambiamento notevole rispetto all’inizio del mio percorso scolastico, in cui le conoscenze stesse riguardo la scuola di Dan e Jenny erano molto minori e c’era un pensiero differente da adesso.
Comunque differente dalla massa, nel senso che mi dicevano “Dai dai il meglio di te stesso, prendi buoni voti, impegnati al massimo, al contempo vai sempre oltre quello che ti dicono, non dare niente per scontato né tantomeno tutto per assoluto, studia e approfondisci ciò che ti piace, vai oltre lo studio perché non si smette mai di imparare.”
Dopodiché, se poi vogliamo parlare di tutto il percorso scolastico, la parte accademica vera e propria è andata scemando, anche perché, più si andava avanti, più i concetti impartiti e insegnati dal sistema scolastico diventavano pressoché futili.
Per quanto riguarda il periodo americano, nella scuola Montessoriana, l’avevo frequentata più come esperienza sociale, della serie “comprendi quali sono le dinamiche sociali e per lo studio apprendi quello che desideri: sì i voti sono importanti nella visione in cui dimostri che ti stai impegnando e che quella cosa la stai facendo bene”.
Che tu lavi piatti o sia un imprenditore, se tu fai qualcosa falla bene.
Se in questo momento è studiare e prendere buoni voti, allora fallo bene, è il concetto di essere eccellenti in qualsiasi cosa che si faccia, non per essere perfetti ma impegnarsi a dare il meglio di sé stessi.
Cosa ti ha spinto quindi a lasciare la scuola?
Nel momento in cui avevo 17 anni e ne stavo per compiere 18, frequentavo il liceo: ricordo come quel periodo fosse eccellente sia per quanto riguarda l’amicizia, che il divertimento, con la scuola che non mi pensava quasi niente a livello di studio.
La difficoltà principale era, se vogliamo, la relazione con l’autorità, che non mi andava particolarmente a genio, e spesso e volentieri andavo a scontrarmi con i professori perché non mi piaceva come si comportavano e come mi trattavano.
Mi ricordo che la difficoltà era sorta nel momento in cui una professoressa particolarmente sgradevole aveva iniziato a prendermi di mira ed un bel giorno aveva deciso di denigrarmi davanti a tutti.
Quando ero tornato a casa avevo riflettuto se davvero volessi continuare ad andare a scuola, soprattutto dato che stavo per diventare maggiorenne.
Per cosa avrei dovuto farlo?
Per litigare con i professori come se fossero dei quindicenni, per stare con delle persone che sempre più ritenevo distanti da me, che non si divertivano come mi divertivo io, non capivano quello che dicevo e ogni volta che cercavo di spiegarlo finiva con il “sei strano” e cose varie?
Pensavo a cosa invece magari mi stavo perdendo e se era arrivato il momento in cui davvero si diventava uomini e bisognava prendersi delle responsabilità più serie, delle decisioni che in quel momento magari erano così facili.
Lasciare un mondo, come la scuola, che era molto distante da me ma molto semplice, facile e divertente per alcuni aspetti, comprendeva prendersi una responsabilità più seria ed iniziare a fare qualcosa di concreto.
Nel momento in cui tu hai deciso di lasciare la scuola, che ruolo hanno avuto Dan e Jenny in questa tua decisione?
Mi sono confrontato con loro per capire se finire la scuola definitivamente ed iniziare il percorso lavorativo, e loro mi hanno detto “fai quello che ti senti”.
Da parte di Jenny è stato più un “Mi raccomando, sai che la parte professionale è più impegnativa, se ti senti pronto fai quello che ti senti ma sappi che è molto più impegnativa, non è come andare a scuola e studiare, che è molto semplice”.
Da parte di Dan è stato un “A scuola tanto non imparerai nient’altro che non hai già imparato, e anzi peggiorerai nel tempo perché comunque è un ambiente depotenziante”: quindi erano entrambi molto d’accordo, con una spinta da parte di Dan ancora maggiore, che mi disse “Adesso puoi fare il passo e avendo compiuto 18 anni puoi diventare un uomo anche dal punto di vista professionale”.
Nel momento in cui hai iniziato a lavorare nella Training Company, quali sono stati i passaggi e le differenze?
La principale differenza è proprio il fatto che se prima mi sentivo un po’ estraneo o differente, nel momento in cui ho iniziato ho sentito come se mi staccassi completamente dal mondo: talmente tanto, che quando incontro qualcuno della mia età non mi sento solo un po’ diverso… non so più con chi sto parlando.
L’inizio è complesso: anche l’ultima volta che ho incontrato un mio ex compagno ad un evento a cui lo hanno invitato, non riuscivo neanche più a parlarci, non sapevo cosa dire.
Anche fuori, inizi a sentirti come in un limbo, completamente diverso, straordinario e ovviamente il bello è che ti viene voglia di portare tutti dentro il tuo mondo, perché capisci quanto è unico e quanto tu possa portare un immenso valore.
Quando ho iniziato a fare l’attività ovviamente non sono partito con un ruolo di direzione manageriale: ho iniziato facendo le chiamate al listato delle persone che ci odiavano, quindi chiamando persone che potenzialmente non volevano più sentir parlare di noi (era anche un periodo molto diverso).
Ho iniziato comprendendo qual era la parte della gavetta in cui si inizia a fare l’attività, che è molto diversa dal mondo precedente nel quale uno si aspetta magari di fare altre cose, ma sicuramente è stato utile.
Quel periodo è durato un anno e mezzo, in cui in vari momenti e in varie parti del mondo di giorno e di notte si trattava di chiamare e parlare con le persone, e dato che il mio lavoro sarebbe diventato sempre di più comunicare sia all’esterno sia all’interno sia a livello organizzativo, ho imparato tante cose nell’attività.
Quali sono le cose più importanti che hai imparato?
Ho imparato innanzitutto che nel momento in cui fai un’attività professionale ci sono delle volte in cui vorresti mandare tutto in malora, e ci sono anche dei momenti in cui invece ottieni quello che desideri: questo è un punto che ritengo mi abbia aiutato molto a comprendere che su 100 tiri, per 98 volte becchi il cartellone, 1 rimbalza sull’anello e 1 forse entra.
Mi aiuta perché, soprattutto per via della mia dinamica competitiva, per me dovrebbe essere sempre che al momento del tiro la palla entra nel canestro, e se non succede tiro giù il canestro e lo butto sopra la palla… cosa che ho ripetuto in quasi tutte le aree della mia vita, dallo sport ai giochi.
Questo mi aiuta a comprendere che ogni volta che tiri devi incrociare le dita e sperare, perché potrebbe non andare come vuoi, nonostante il fatto che tu abbia studiato, ti sia impegnato e abbia applicato tutto quello che sai: al 99% andrà tutto a rotoli, nelle piccole attività, anche se poi bisogna anche guardare il quadro generale, cioè quando tiri le somme, se la partita l’hai vinta o meno.
Un’altra cosa che mi ha aiutato a comprendere questo passaggio è il famoso detto “Avrò perso la battaglia ma non la guerra”: dopo ogni chiamata in cui hai avuto difficoltà, alla fine chiudi due o tre mesi e osservi che, anche se prima ti sembrava che molte cose non fossero andate nel verso giusto, alla fine con l’impegno e la dedizione allo studio e al lavoro si arriva dove si vuole, cadendo e rialzandosi anche.
Un esempio di questo sono stati alcuni momenti, e nello specifico un giorno, in cui mi sono svegliato all’una di notte e fino alle 10:00 del mattino, con mezz’ora di pausa, ho fatto 60 chiamate, e su quelle l’esito per il 90% è stato vicino all’essere mandato a quel paese, quasi in modo letterale…ricordo lo sconforto in quei momenti, e di come poi mi sono rialzato, facendo meglio di prima.
Rispetto a questo mondo, cosa è cambiato con la palestra #giornatadatribeker?
La differenza sostanziale ritengo che sia stata la salita rapida, e la cosa di cui sono più contento è che, conoscendo Dan, ho la naturale certezza che sia stata pienamente meritata.
Nel momento in cui si è arrivati al livello di responsabile commerciale, e poi direttore, poi altri vari ruoli più importanti, la differenza sostanziale con la palestra è che adesso, finalmente, ho la sensazione che possiamo dedicarci sempre di più ad aiutare le persone e meno alle parti più impegnative, in cui si va a perdere quello che è lo scopo principale.
Questa è una cosa fondamentale, perché il lavoro diventa sempre di più creare contenuti con i quali le persone possono cambiare la loro vita, a livello personale e professionale.
Beh se penso che neanche due anni fa avevo iniziato lì, dalla gavetta, sono stranito: non pensavo di fare passi così rapidi, nonostante lo volessi, visto che ogni volta che inizio a fare qualcosa voglio già arrivare al risultato.
Sono contento di questo perché credo e sono convinto che, in questo momento, con queste conoscenze e in questo ruolo, posso portare un beneficio enorme all’attività, a Tribeke, alla tribù, alle persone che mi circondano e con cui entro in contatto.
Invece per quanto riguarda la tua vita sentimentale, qual è stato il passaggio da quando hai iniziato fino ad oggi?
Il passaggio è stato particolarmente complesso, perché la vita che conduceva Martina e la sua famiglia non era solo un po’ distante da quella che conducevo io, era come paragonare due pianeti che non sono neanche nello stesso sistema solare: mi rendevo conto di questo e anche del fatto che lei sempre più volesse far parte del mio mondo.
Le difficoltà c’erano anche solo per partire per un viaggio: lei, essendo una ragazza molto differente e con una famiglia che non le faceva fare tutto quello che voleva, si sentiva continuamente dire di non rientrare dopo una determinata ora, che non poteva uscire, che non poteva prendere il treno, che non poteva partire per il viaggio…
Paradossalmente con il fatto che lei fosse una ragazza più tranquilla, diventava sempre più complesso integrarla in questo mondo, da un’altra parte invece era sempre più semplice, perché lei voleva farne parte ed era una cosa importante e non scontata.
Per farla breve, la famosa favola che raccontano i ragazzi di 16 anni alle proprie ragazze “un giorno ti prenderò e ti porterò in giro per il mondo” così è stato per davvero, nel senso che alla fine lei davvero è venuta con me negli USA, poi in California e in tante altre nazioni.
Ci eravamo messi insieme il 16 febbraio 2015, innamorandoci l’uno dell’altro e adesso sono 3 anni che stiamo insieme.
Il 3 agosto 2016 ci sposavamo a Beverly Hills in California e decidendo di passare il resto della nostra vita insieme.
Per lei non era stato facile per il fatto che aveva dovuto lasciare tutto: Terni, l’ambiente familiare e sociale, scolastico, tutto.
Aveva preso lo zaino ed era venuta via con me, e avevamo iniziato a viaggiare e a vivere insieme.
Come l’innamoramento, il matrimonio poi era una cosa che sentivamo: avevo timore di fare un passo troppo grande, che non fosse corretto, nonostante sposarla fosse quello che sentivo.
Ero in dubbio perché sentivo di persone che facevano questo passo e si mettevano nei guai, quindi non sapevo se io ne ero esente o meno.
Quindi in quel momento mi ero confrontato con Dan e Jenny su questo passaggio, che mi avevano incoraggiato a farlo se lo sentivo.
Il bello è che stavamo insieme solo da un anno e mezzo, ma avevamo passato un anno e mezzo vivendo insieme, praticamente ci vedevamo tanto, avevamo viaggiato insieme, quindi in confronto a quello che la maggior parte delle coppie vivevano, stavamo insieme in realtà da molto più tempo.
Avendo viaggiato in 15 nazioni e fatto una quantità di cose impressionanti, mi sembrava di aver vissuto un’intera vita con lei, non un anno e mezzo, e quando le ho fatto la proposta si è messa a piangere e ha detto di sì, quindi ho immaginato che anche lei fosse d’accordo.
Prendiamo come esempio un ragazzo della tua età nella situazione in cui eri prima: magari sente che la scuola, gli amici e quello che lo circonda non rispecchia ciò che sente e vorrebbe qualcosa di più per la propria vita.
Non vorrebbe andare a finire come i suoi genitori che stanno insieme ma non si amano, oppure a fare un lavoro che non gli piace solo perché ha preso la laurea e poi non ha trovato lavoro…cosa gli diresti tu in base alla tua esperienza?
Innanzitutto deve avere una frase precisa in testa, con le scritte stampate a caratteri cubitali:
Ricordati che morirai molto prima di quello che pensi e anche male, di una morte brutta.
Questa è la frase che voglio venga ricordata perché le persone credono che si muoia quando si viene messi in una bara e c’è della gente che piange davanti una croce (che neanche sa cosa significa veramente).
Invece il momento in cui muori è quando ti svegli a 45 anni, i figli che ti conosco a malapena e si fanno la loro vita, potenzialmente si bucano e neanche lo sai; con la compagna o il compagno che hai scelto non vuoi neanche più condividere del tempo, non vuoi neanche più starci insieme.
Non solo, ma a 45 anni hai già quasi rischiato un infarto, fai un lavoro che ti fa schifo, non viaggi mai, potenzialmente ti rimangono vent’anni (se va bene) prendendo le pillole per il diabete, non ti tira più e chissà quant’altro.
È nei momenti così che si muore.
La maggior parte delle persone non ci arrivano nemmeno così ai 45, arrivano così a 30, e quando a 25 anni gli chiedi cosa vogliono fare nella vita, ti dicono “sopravvivere”.
Ecco, quindi la prima cosa da ricordarsi, qualsiasi sia la tua età che si aggira attorno ai 20: si muore prima di quello che si crede, se non si fa attenzione.
Soprattutto, non c’è una linea di demarcazione netta, non c’è un momento in cui smetti di divertirti o di uscire la sera e ti devi preparare a sederti dietro una scrivania e iniziare a fare la vita da adulto, non esiste una vita del genere.
Nel momento in cui sei capace di intendere e volere, cioè da maggiorenne, è lì che scegli cosa fare della tua vita, considerando quello che disse il famoso Mahatma Gandhi “Impara come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire domani” , ecco forse bisogna ricordarsi che quello è il momento migliore in cui possiamo decidere cosa vogliamo fare.
Perché quando arrivi a 50 anni e hai già una famiglia, un’azienda, una casa…Sì, puoi ancora cambiare la tua vita, MA (e lo metto di proposito il “ma”) se uno avesse fatto quello che andava fatto quando aveva vent’anni, se avesse capito cosa fare nella sua vita e non avesse aspettato la cartella clinica per sapere di avere ancora sei mesi di vita…forse ci sarebbe più gente felice e meno gente che si spara ogni giorno.
Quindi, in breve, è ora di smetterla di pensare che le cose cambieranno un giorno, che quando uno avrà questo e quello, allora farà qualcosa e potrà cambiare.
È ora di prendere e scegliere cosa ti piace fare in questa vita, se necessario sii drastico, prendi la valigia, fatti un viaggio, fai qualcosa che non sia stare al telefono, o andare a scuola a prendere dei voti, trovare lavoro o mandare un curriculum… tutto tranne quello!